Reinventare le nostre esigenze è la nostra responsabilità di esigere l’invisibile. Ma a quale costo?


Ogni artista cerca di smontare il meccanismo della sua tecnica per vedere come è fatta e per servirsene, se mai, a freddo. Tuttavia, un’opera d’arte riesce soltanto quando per l’artista essa ha qualcosa di misterioso. Naturale: la storia di un artista è il successivo superamento della tecnica usata nell’opera precedente, con una creazione che suppone una legge estetica più complessa. L’autocritica è un mezzo di superare sé stessi. L’artista che non analizza e non distrugge continuamente la sua tecnica è un poveretto.
[…]
Smontare il mistero per servirsene a freddo nell’opera (senza l’angoscia creativa) è lo sforzo di tutta la storia dello spirito. Qui è la dignità dell’uomo ma anche la sua tentazione.

Cesare Pavese

Esigere. Dal latino exigere: ex-fuori e àgere-spingere (e anche àgere-fare, compiere un’azione): spingere fuori, muovere fuori. Dalla stessa origine il termine esiguo, e cioè piccolo, ma anche sottile. Piccolo e sottile sono contrari quantitativi di grande e spesso, non qualitativi. Esigere è l’unico verbo dell’arte, e forse anche di tutto il resto. L’artista esige. Perché esigere è far esegesi di sé stessi, e l’esegesi di sé stessi è l’unica esigenza dell’uomo controvento, con la testa per aria, i piedi non per terra.

L’uomo controvento esige da sé stesso l’esiguo, ovvero quel granello di sabbia che si fatica anche solo a intravedere nello iato tra il pensiero, l’azione e la risposta dell’altro. Questo scontro costante con il mondo, senza il quale non possiamo sperare di leggere la realtà, è il motore della ricerca. E, procedendo ancora più a ritroso, il motore della ricerca è l’esigenza. Ma cosa esigiamo, insomma? Esigiamo, semplicemente. Abbiamo bisogno di spingere fuori, osservarci, smontarci, servirci di noi stessi per ricrearci più complessi, rimanendo esigui, teneri, flessibili. D’altronde, «un cuore sensibile ama i valori fragili» (Bachelard).

Guardo e le cose esistono.
Penso e esisto solo io.

Fernando Pessoa

All’equazione mancano dei dati. Abbiamo l’esigenza, la ricerca, il feedback, un granello di autocoscienza (perché pensare che si possa esigere più di un granello per volta è da illusi – l’illusione, una delle gabbie da cui liberarsi il prima possibile). Cosa manca? La fatica.

Ogni esiguo ottenimento da noi stessi esige una non esigua quantità di fatica. Una massimale fatica, anzi. Una fatica che si rinnova a ogni granello e che diventa, di volta in volta, un granello più pesante. In nostro soccorso viene il tempo: ci aiuta a dilazionare la fatica, a procedere uno scalino alla volta, a riposare tra uno sforzo e l’altro. Questo stesso tempo ci spinge malevolo a perderci. Spingiamo fuori da noi una manciata di granelli di sabbia nel disperato bisogno di sapere qualcosa in più, e senza accorgercene il tempo è scaduto, e questo spesso accade quando perdiamo (o fuggiamo) la nostra solitudine, quando l’azione cronica corroborante delle relazioni rassicuranti ci rende distratti, pigri, dimentichi di noi. «Nelle cose più profonde e importanti, noi siamo indicibilmente soli», scriveva Rilke nelle sue Lettere a un giovane poeta. Rilke era un uomo della fatica, indubbiamente: «Poco noi sappiamo, ma che ci dobbiamo tenere al difficile è una certezza che non ci abbandonerà; […] Anche amare è bene: ché l’amore è difficile. Voler bene da uomo a uomo: questo è forse il più difficile compito che ci sia imposto, l’estremo, l’ultima prova e testimonianza, il lavoro, per cui ogni altro lavoro è solo preparazione». La solitudine non si oppone all’amore o all’amicizia – solo al gruppo. La solitudine è la difficile pratica delle cose profonde il cui fine è l’apertura. L’artista che vive a lume di candela tenta strenuamente di aprirsi, e lo fa solo perché aprendosi, vedendosi, trovandosi, spera di incontrare un amico dall’altra parte: «Ho creduto, e nei miei momenti migliori lo credo ancora, che in tal modo si potrebbe partecipare all’esistenza di tutti; e questa simpatia essere uno degli aspetti meno revocabili dell’immortalità» (Memorie di Adriano).

Insomma, superarsi, uscire da sé, farsi critico – che non è un mestiere, non è una “skill” da CV, non è un titolo onorifico o accademico, non è un tratto caratteriale né il capriccio di un fissato con la terminologia; è la più basilare e vitale qualità che qualunque uomo dovrebbe coltivare per stare nella vita senza perdercisi rovinosamente – è un lavoro che richiede fatica e tempo sempre costanti e crescenti. Quest’ultimo, poi, se non accompagnato da una altrettanto costante e crescente fatica (chi è esente dalla stanchezza?), all’aumentare lineare della sua esigenza e al diminuire lineare della sua disponibilità, ci chiama ad un aumento esponenziale della fatica. In altre parole: abbiamo bisogno di riposare ma al tempo questo non interessa.

L’uomo critico è esigente, e l’esigenza alimenta la critica. L’uomo critico, e come lui ogni artista, è quindi inevitabilmente solo, «il suo statuto profondo resta ancora uno statuto di esclusione»; egli «è condannato a vivere una socialità teorica: per lui, essere sociale significa, nel migliore dei casi, essere vero: la sua massima socialità risiede nella sua massima moralità. Il suo legame col mondo è di ordine sarcastico» (Barthes). Il critico soffre il convenevole ed esige il vero, poiché l’assenza del contatto con la realtà ha un peso quasi insopportabile. Vivere in un recinto costruito da una manciata d’uomini per una manciata d’uomini è rassicurante, allestire un teatrino della vita in cui ci si convalida a vicenda nell’idea che si stia effettivamente stando nella realtà è quanto di più appagante si possa immaginare. Ma per quanto può durare? E quando finirà (perché finirà, non c’è neanche da discuterne)?

Io studio! Non sono altro che il soggetto del verbo studiare.
Pensare, non oso.
Prima di pensare, si deve studiare.

Gaston Bachelard

L’artista è una persona responsabile. Ciò vuol dire che la fatica che egli accumula ogni giorno è la fatica della costante responsabilità morale che ha verso sé stesso. Se dalla follia produttiva della nostra epoca bisogna rifuggire con tutte le nostre forze, bisogna altresì essere ligi all’esigenza che abbiamo verso noi stessi, ché senza di quella non si può sperare di criticarsi davvero, e senza criticarsi non si può sperare di criticare il mondo, e cioè disegnarlo (oltre i recinti). L’esercizio critico è un esercizio di cartografia, è un lavoro di orientamento in una vita che non si può che vivere per la prima (e ultima) volta. Forse per questo Novalis scriveva che «il libro supremo equivale ad un abbecedario».

Pensare è il primo passo del movimento che nasce dall’esigenza. Pensiero, azione, feedback; Pensiero, azione, feedback; Pensiero, azione, feedback. Prima del pensiero lo studio; Dopo il feedback, il granello di conoscenza di sé stessi; Dopo la critica a sé stessi, la reinvenzione. L’uomo nuovo sta per maturare un pensiero. Prima di pensare, si deve studiare.      
Punto e accapo. Ripetere il tutto.

Tutto richiede reinvenzione. Continuamente.          
Quindi tutto richiede fatica.  
Quindi tutto deve essere esiguo.

Fare il film della propria solitudine inconsolabile, dipingere il quadro della propria profondità, musicare le note di quel posto dentro sé stessi che è sempre in lontananza; scattare una fotografia a quell’invisibile che si è pensato e ripensato, scrivere quella tristezza che si ha il coraggio di confessare solo alla carta. Non c’è altro modo di costruire dei ponti che diano la sensazione di portare realmente a qualcuno (che concetto complicato…), qualcuno al quale si promette incondizionata – perché taciuta – onestà, ché probabilmente l’amore per un altro uomo, il profondo compito della nostra vita, esiste solo in quelle forme di sincerità che non verranno mai svelate.

Gino De Dominicis, Tentativo di far formare dei quadrati invece che dei cerchi attorno ad un sasso che cade nell’acqua, 1969