Ortopedia dei lembi.


Non è il cinema che mi fa fare… che mi fa fare cosa… chi… Cosa o chi me lo fa fare? Forse perché non sono mai stato al cinema. No, non è cinema. È tanto per fare. Tanto per fare… cinema? No, figurarsi che lo pronunciavo anche male, dicevo “cinèma”, “micèna”, non mi veniva mai di chiamarlo cinema anche perché non sapevo bene cosa fosse. Un giorno, appena sveglio, mi è venuta l’idea di cercarne uno e allora chiusi gli occhi per qualche istante pensando che questo potesse aiutarmi. Ma non fu così e quando li riapersi mi accorsi con sorpresa di trovarmi esattamente nello stesso punto in cui li avevo chiusi. Eppure non erano passati che pochi istanti.

Come avevo fatto a rimanere immobile per così poco tempo?

Era forse tutta una questione organica; avevo sentito dire da qualcuno che potesse dipendere dalla conformazione dello scheletro. Una questione di ossa, insomma. Forse non lo avevo sentito, ma letto in un libro. Mi misi a cercare fra le pagine ma la situazione non migliorò poi chissà di quanto. Il problema poteva essere dovuto al particolare ticchettio della pioggia sulla tettoia fuori dalla mia abitazione. Quel ritmo era proprio così che doveva essere. La ritmicità perfetta accrebbe la mia curiosità ma non contribuì ad affinare la mia percezione. Dovetti accontentarmi di apprendere un poco fra le righe piovose e i cieli irlandesi che tuttavia restavano coperti di bruma. Ove tutto scorre per restar nebbioso. Furono cinquanta notti e cinquanta giorni di nebbia, ma per motivi oscuri le notti sembravano cinquantuno. Il contrario dell’ovvietà – a quei tempi – era proprio la palpebra bagnata. O forse solo umida per carenza di risorse adeguate. Senza pensare nemmeno per un momento di essermi potuto distrarre dal film… feci un film.

Musiche non ne volli, solo applicai il vecchio solito stratagemma: voltarmi dall’altra parte e rimanerci. Sempre voltato, così da percepire i cambiamenti di ritmo nel ticchettio sulla solita tettoia; quello era già mezzo film – ma essendo io nel mezzo del film non mi resi conto che forse avrei potuto distrarmene in qualche modo. Avendo provato a correre e non essendovi riuscito blaterai di nuovi dialoghi, scene più brevi e accostamenti di montaggio meno banali. Non mi riuscì di convincere nessuno, pur avendole sparate piuttosto grosse. Inutilmente.

Era freddo e dovetti desistere per tornare a casa. Che però era purtroppo più fredda del fuori. Fuorilegge. Ex lege. Si rischia sempre di diventare madri quando si è così sbadati. Se una pantofola cade, cade sempre di schiena. Essendo vergine, come dice l’antico detto.

Si rischia, eh. La mamma dei fuorilegge è sempre fuorilegge. Lo sanno anche i bambini (che poi vorrebbero essere i suoi bambini). E che poi diventeranno fuorilegge, voglio dire. Un florilegio di fuorilegge. È da quello che deriva il termine, non è vero? Che poi non è vero che il termine è sempre ultimo, finale. Semmai è penultimo, semifinale. Diventare madre, che pericolo scampato in aria! E per giunta senza musica!

Cinematograficamente un vero fiasco. Una bottiglia perennemente vuota, se vogliamo dirla tutta. Entrando conobbi il giorno della festa, la data della festa, la settimana della festa, persino l’anno della festa. Sembrava tutto congegnato alla perfezione.

Una festa incompleta in un posto incompleto. Ma tutto meccanizzato. Automi, forse, o forse no. Semplicemente macchine automatiche, forse. Meccanismi venuti fuori da chissà dove. Dalla pioggia, dal resto, dal contesto. Dal testo, semplicemente.

Non so chi ha detto che la violenza si esplica nel momento in cui si dà un colpo di martello a una vite invece di girarla col cacciavite. In effetti la parola cacciavite è errata. La vite si gira per inserirla o per estrarla, mica solo per estrarla. Il martello, invece, non va d’accordo con la vite. No, non va. Potrebbe essere che le persone abbiano anch’esse la filettatura. Una filettatura ciascuno. Tante filettature diverse. Chissà. Potrei cercarmi le filettature addosso. O farle magari cercare a qualcuno di più esperto.

Filettare e sfilettare, non si dice così quando si tratta di carni e di pesci? In fondo trovare è tagliare, cercare è premeditare un assassinio. Sfilettare. Presto o tardi si giunge a una conclusione. Forse per l’ansia di finire, forse per l’incapacità di rimanere in mezzo. Ma non c’è altro modo di continuare, se non rimanendo in mezzo. Rimanendo in mezzo al mezzo. Fare il mezzano. Questo potrebbe infine essere un film sulla prostituzione. Ma gli uomini dovrebbero essere di ghiaccio. Le donne pantere. Ma come si fa? Diventerebbe subito qualcosa di grottesco. Tremendamente grottesco. È impossibile sfuggirvi. Persino la pioggia talvolta vi ricade.

Chi vi si trova in mezzo spesso lo sa. E tradisce la propria sorpresa nella scoperta di una cosa tanto bizzarra quanto vera. Barare non si può più. L’incendio è corpo. Nella fattispecie è capelli. Incendio è capelli. Hai voglia a rifare la scena! Smettila, non fare la scena! Quelli bruceranno sempre. È da un secolo e passa che bruciano. I capelli sono fatti apposta per bruciare! Velocemente, molto velocemente. Senza dare il tempo di intervenire in qualche modo. Capelli e tempo. Immagine e senso. Tutta-UNA-Cosa. Tuttuna. Tuttuno.

Tuttavia sono scarse le occasioni di incendio vero e proprio. Restano focolai e focolari sparsi. Si vedono da lontano, nella campagna. Lontano e lontanissimo, fanno contrappunto al buio. Fanno da contrappunto.

Al poco che c’era. Al poco che c’è. Al porco che c’è. Al porco che rimane. Al fuoco che rimane. Il massimo e il minimo. Al massimo e al minimo. Tanto c’è sempre quella che scende le scale – che poi sono l’unica cosa che si può scendere. Un sogno scalare, scanalare, scanalato, scalalato – urtato contro un’ansa, contro un vento: un paravento.

Chi vuol esser sognato? Chi vuol esser segnato. Chi vuol essere? Chi? Chi vuole? Al mattino e alla sera, dico. Forse da mattina a sera. Forse con qualche momento per approfittare di questo segno ed esporlo. Sembrerà strano, estraneo, intensivo estrarlo ed esporlo. Ma sarà l’unica cosa da fare. Almeno… arrivati a un certo punto. Sorpassato il punto. Appuntato il punto (impreciso).

Il maestro è colui il quale fa negligentemente ciò che tu fai con la più estrema concentrazione. Non ti basta questo? Fammi vedere la pancia. Sarai al settimo-ottavo. Quando andrai fuori conto? Continua a piovere. È come un ritmo che fa da sfondo ai nostri incontri. Mi è venuta in mente la parola puritanesimo, ma forse volevo dire purezza.

Il cattivo odore delle case degli altri è più di un cattivo odore. Qualcosa di più. C’è il cattivo odore, ma se lo eliminiamo resta sempre qualcos’altro. Forse è morte, forse è dolore. In ogni caso bisognerebbe indagare. Magari spazzare via.

Talvolta fare una cosa equivale al pensiero di farla. Spesso sto fermo a pensare alla notte. Anzi, all’angoscia della notte. Ma non so mai se è sua o di qualcuno, quell’angoscia. È anche vero che la notte non possiede ciò che ha. Di notte non si ha nemmeno voglia di possedere. O possedersi. Basta il pensiero.

Fatti grande. Apri grande. Sii grande. Grandeggia. Albeggia. Albedo. Fuori, nello stradone, file di amanti si passano l’un l’altro schegge di vetro inutili e affilate come rasoi di panna. Se le passano e tirano dritto quasi senza guardarsi, quasi senza sapere l’uno degli altri.

Non riuscire ad aprire il testo non avere altro che testo per la testa. Non avere più testa. Non andando al cinema non potevo uscirne. Non avendo che testo non potevo uscirne. Le aperture ormai diminuivano a svista d’occhio. Nel senso che ogni apertura era immaginaria-immaginata. Mnestica o frastica poco cambia ai fini delle lamentazioni. Quaderni di doglianza. Parole che producono parole. Parole su parole.

Quando guardo in macchina non prendo la macchina. Esco senza sapere dove andare. Vado a piedi e spesso mi ritrovo in chiesa a causa della fascinazione odorifera. Degli odori di incenso. Non che voglia incensare quella dimensione spirituale, tutt’altro. Bisognerebbe – per prima cosa – affacciarsi dentro il tabernacolo per scoprire il sesso della confessanda o del confessando. Pare che da lì si riesca a guardare lontano e in profondità. Sebbene non sia affatto vicino.

C’era la tonaca di un monaco che ostruiva il passaggio. Era davanti al passaggio. Dietro il passaggio. Forse la tonaca era il passaggio. Il monaco era coperto da un’ombra. A volte rinunciava. Altre volte passava. Sembrava passare, sotto l’influsso di un buio bizantino, greco o chissà cos’altro. Era abituato a darsi di gomito con questo buio, tanto che mi ricordai della sala. O meglio, di non essere mai stato in una sala. E infatti mi pare di ricordare che proprio di questo stavo parlando.

L’isolarsi del piacere clitorideo non consente una piena ed evoluta fissazione.
Non ho capito. Non c’è comprensione possibile.

Quando sento un clacson a volte penso che sia musica. Forse è davvero musica – da camera. Ardente provo a richiamarla alla mente. Ma non c’è musica, solo un telo bianco che diventa nero – e viceversa. Soprattutto. Scambiando le cose. Esse tornano sempre al loro posto. Come ci fosse dietro un automatismo. O un bambino. O uno gnomo dispettoso. Una macchina su una strada di periferia. Una macchina su una strada di periferia + musica è già film.

Nella sala buia avvenne di trovare tutte le sedie vuote. E per questo un gran chiasso saliva e saliva come fosse tutto nella testa. Ma saliva – eppure sembrava essere già lì. Da qualche parte, forse nascosto tra le pieghe dei velluti delle poltrone. Ci guardai a fondo, tanto a fondo e con tale perizia che per poco non finii dentro il velluto stesso. Mi immedesimai così tanto che per poco non divenni cucitura. Forse mi venne sonno, forse lasciai al sonno quel tanto di noia mia che quello la volle far sua.

C’è bisogno di chiudere, è tutto un chiudersi addosso. Occorre chiudere… chiedere? Che chiedi a fare? Per chiuderla con chi chiude. Hai chiesto come bisogna fare? Ci dev’essere una ricetta, una ricotta. Segui la ricetta della ricotta. Ogni ricetta è ricettacolo e doppio fondo. Sappila produrre e riprodurre come un’opera di arti. Fint’arti. Affintarti a qualcuno. Come sapendo in anticipo in quale stazione ferma il treno. Pagando magari un sovrapprezzo. Un sovrappiù – o anche un sovrammeno. Un incateno, una furia. Anch’essa molto mobile. Un andirivieni di aggettivi a forma tenue. Non chiudere, occorre continuare.
                        Fallo prima.
                        Fallo poi.

La noia di un giorno è niente al confronto della noia di una vita.
La noia di una vita non può nulla al confronto della noia di un giorno.
E la rabbia? La rabbia cresce a dismisura fino a quando non esaurisca proprio tutte le misure.


Andrea Amoroso

Antonin Artaud, Ritratto di Portrait de Paule Thevenin detto Paule-aux-ferrets, 1947