Una mostra dal Laterale Film Festival 2023. A cura di Mattia Biondi e Mattia Fiorino.


Otto anni di festival sono otto anni di cambiamento, otto anni di ricerche individuali e collettive, di divagazioni e sconfinamenti. Lo sguardo Laterale si posa su oggetti dalle forme più disparate, a cercare il cinema in immagini, suoni e parole del mondo che non sempre cinematografiche sono. Anzi, sempre di più il cinema si manifesta fuori dal film e dalla sala, quasi a invitarci a un distacco rigenerante, a un rinnovarsi dello sguardo che costantemente acquisisce e rimodella la nostra consapevolezza delle immagini in movimento.

Questo lavorio incessante non è un allontanarsi in linea retta, è forse più un disegnare rivoluzioni imprecise e incostanti attorno a questo Sole (Saint-Pol-Roux profetizzava proprio l’energia del Sole come fonte del Cinema Vivente) che è il Cinema, dal quale ci si allontana e ci si avvicina, ci si allontana e ci si avvicina, ci si allontana e ci si avvicina…

Questa mostra è nata da uno tra i numerosi momenti di vicinanza al Calore, il momento del giro di boa insomma, quando si ha necessità di tornare a incontrare quei passi che hanno contribuito fortemente a creare l’identità del Laterale Film Festival. Ché dopotutto, a pensarci, non è altro che un interrogarsi sulla natura del Cinema, anno dopo anno, nell’infantile – e per questo degno di essere perseguito – proposito di dare al pubblico e a noi stessi qualcosa che ci aiuti a regolare il moto, ad alleviare l’ossessione. In realtà si tratta solo di un tentativo reiterato di conoscersi (il nostro è solo «una sorta di resoconto emotivo»), un imperituro ricordarci che cercare non è l’anticamera del trovare: non c’è nulla da trovare, si cerca solo sé stessi. «Non si cerca che questo», dice L’inconsolabile Orfeo di Pavese.

A seguire: alcune immagini da Le altre cose mancano, una mostra dal Laterale Film Festival 2023; il testo originale di corredo; i frammenti in esposizione.

Mancavano pagine
il marmo dell’epigrafe
era scheggiato
due sole parole
cetera desunt
il resto mancante
mancanti la testa e i piedi
e tutto il resto mancante
che testa e piedi divide
cetera desunt… cetera desunt…
parole sul frontone d’un tempio vuoto
vorticanti col vento come per dirci
solo noi ci siamo
tutto il resto manca
era questo che non sapevate.

Bartolo Cattafi, Il resto manca

Cetera desunt è una locuzione latina che si può tradurre come Le altre cose mancano/Il resto manca. Si pone, in filologia su quei libri in cui il testo originale si interrompe e non si hanno documenti con i quali completarlo. Il resto manca sempre, dopotutto, per l’esploratore irrequieto. Lo streben di Faust è condizione diabolica e celeste, è uno slancio che qualifica il tempo della vita ma al quale non ci si può sottrarre. Nella versione di Aleksandr Sokurov, alla fine di tutto, tra lemontagne, la voce dal cielo di Margarete chiede: «Dove vai? Dove vai?», e il dottore non può che rispondere: «Là! Là! Oltre… Oltre e oltre!». Oltre e oltre, dove le altre cose mancano…

Il cinema è giovane. Dalla sua nascita e per lungo tempo è stato principalmente impiegato come mezzo per la registrazione dello spettacolo teatrale: una scorciatoia che lo ha indirizzato verso un cammino errato; un equivoco cheha generato conseguenze i cuidanni sono evidenti ancora oggi. C’è da dire, però, che questoequivoco ha donato al cinema una produzione teorica sul mezzo che non è paragonabile – in rapporto alla sua età – a nessun’altra arte. Questa sua “limitazione” ha portato artisti e studiosi a interrogarsi senza sosta sulla sua specificità.

Che cos’è il cinema, dunque? La nostra ossessione è la nostra condizione diabolica e celeste. Abbiamo navigato (e continuiamo a farlo) tenendo sempre d’occhio una stella polare che ha la forma di questa domanda imprescindibile. Capire cos’è il cinema, prima di farlo o fruirlo, è il vero movente del nostro remare. E non siamo mai stati soli in questo.

Con noi prima di noi:
Carl Theodor Dreyer (1889-1968),
Jean Cocteau (1889-1963),
Dziga Vertov (1896-1954),
Jean Epstein (1897-1953),
Robert Bresson (1901-1999),
Pier Paolo Pasolini (1922-1975),
Jonas Mekas (1922-2019),
Gregory Markopoulos (1928-1992),
Jean-Luc Godard (1930-2022),
Andrej Tarkovskij (1932-1986),
Stan Brakhage (1933-2003),
Abbas Kiarostami (1940-2016),
Júlio Bressane (1946-).

Attraverso 13 frammenti estratti da altrettanti libri abbiamo tentato di tracciare un possibile itinerario laterale alla ricerca dell’essenza del cinematografo, perché la questione sulla specificità del cinema non è ancora risolta. Le altre cose mancano perché non può essere altrimenti: si naviga sempre a vista nell’oceano dei grandi problemi, e «un problema del genere non ha fretta» – «non per nulla si è stati filologi, e forse lo siamo ancora: la qual cosa vuol dire, maestri della lettura lenta».

La nostra è una precisa scelta di campo: il cinema che qui affrontiamo è il cinema che amiamo. Abbiamo deciso di ignorare tutto ciò che non risuona profondamente dentro di noi. Pertanto, la nostra esplorazione non ha pretese di esaustività; piuttosto, si presenta come una scompigliata cronaca di viaggio; un percorso in cui sono avvenuti incontri importanti dei quali forniamo una sorta di resoconto emotivo. Ma ogni possibile definizione, per fortuna, sfugge.

Nell’assecondare la caduta, movimento liberatorio verso noi stessi, ci auguriamo «che ogni parola abbia un sapore massimo».