La vita filmata, la morte ripetuta.
«Il cinema è la morte al lavoro»: questa celebre massima attribuita a Jean Cocteau si è imposta come una delle formule più pregnanti nella riflessione teorica sul dispositivo cinematografico e sul suo legame con il tempo e la memoria. Il cinema cattura il flusso della vita per cristallizzarlo, condannando presenze vive a un destino di reiterazione: corpi che si offrono allo sguardo intatti e luminosi, mentre fuori campo la carne si consuma e il tempo prosegue la sua corsa.
In questo senso, l’immagine in movimento è il teatro di un’assenza: ciò che viene mostrato non è mai il presente, ma il simulacro di un istante ormai perduto. Il movimento, anziché restituire la vita, la imbalsama e la prolunga artificialmente, facendo della visione una forma paradossale di sopravvivenza. Proprio questo scarto tra vita e rappresentazione rende il cinema un’arte intrinsecamente funeraria, che non preserva, ma ripete. E nella ripetizione affiora il trauma dell’irrecuperabile, la consapevolezza che ogni immagine è già lutto, ogni fotogramma una reliquia.
Su tali premesse si innesta l’orientamento curatoriale della nona edizione del Laterale Film Festival, che accoglie questa intuizione e si configura come palcoscenico di apparizioni e presenze liminali. Case occupate dai vivi e infestate dai morti, oggetti segnati da intensità, luoghi in cui il tempo si dilata e si corrompe, naufragi dell’occhio: diciannove cortometraggi provenienti da diverse latitudini esplorano la dimensione spettrale del visibile, come se il cinema tornasse a essere ciò che era alle origini – una forma di evocazione, uno spettacolo di ombre, un dispositivo medianico capace di dare corpo all’invisibile.
Questa ricognizione si pone come un atto di radicalità, in un contesto culturale in cui gli spazi per l’esplorazione estetica e teorica dell’immagine si sono quasi del tutto rarefatti. Un mainstream totalizzante – ossessionato da algoritmi, metriche di performance e monetizzazione – ha progressivamente disinnescato il potenziale critico dei festival e ha colonizzato anche quei territori che un tempo si distinguevano per autenticità e sperimentazione. L’omologazione dei paradigmi è divenuta sistemica, riducendo la molteplicità delle visioni a un catalogo di forme standardizzate.
In questo nuovo scenario, a pagare il prezzo più alto sono i cineasti che ancora oggi, con una tenacia quasi anacronistica, si ostinano a interrogarsi sulla natura stessa dello sguardo. Il loro approccio non è nostalgico, ma fondativo: guardano il mondo come se fosse la prima volta, nella convinzione che ogni immagine debba riformulare il rapporto tra ciò che appare e ciò che resta occultato, tra visibile e invisibile.
È proprio questo gesto – fragile, ma necessario – che rende ancora urgente parlare di cinema non come prodotto culturale, ma come pratica resistente. Una resistenza al tempo, all’oblio, all’appiattimento dell’immaginario. Una resistenza che non teme di confrontarsi con la morte, perché ne riconosce – paradossalmente – l’energia generativa.


