Responsabilità del rischio e della fragilità.
Cinematografo riconciliato o cinematografo inquieto: quale orizzonte estetico, quale tensione poetica appare davvero pertinente alla nostra epoca? Non si tratta di indulgere in dispute terminologiche, ma di riconoscere una frattura fondamentale: aderire al presente o opporvisi, rispecchiarlo o incrinarlo. È questa la domanda che si impone oggi a registi e festival: fino a che punto lasciarsi guidare dal tempo storico e quando, invece, disobbedirgli?
Ogni gesto creativo implica anche una sottrazione: il coraggio di rinunciare, di retrocedere verso una soglia di meditazione.
Quanta grazia nella quiete!
Ma non c’è opera senza attrito!
Il pensiero, se resta sospeso, si inaridisce: chiede corpo, pretende forma. Quale impulso può innescare tale slancio? Lo si domandi alle comunità, ai militanti delle minuzie, le cui ostinazioni ardono ai margini. Dalle periferie del senso si levano fuochi intermittenti di guerriglia.
Dopo dieci anni di onorato servizio, Laterale rimane fedele al proprio sentire originario. E tuttavia così tante traiettorie di vita si sono trasformate lungo questo cammino!
Le contingenze hanno eroso certezze e condizioni che parevano solide, rivelando ancora una volta quanto l’atto artistico sia vulnerabile e quanto in fretta si consumi. Ma è precisamente questa fragilità a dover essere mostrata, amplificata, condivisa: innalzata a vibrazione sensibile, fosse anche solo per tre giorni all’anno.
Perché ciò che è fragile è sempre nuovo!
Non sappiamo quali immagini verranno, né quali luoghi sapranno accoglierle. Organizzare un festival significa assumere il rischio di una scommessa: credere che la curatela possa farsi pratica generativa, apertura di campo. Selezionare e programmare film con profondità interiore.
Insistere non contro la disperazione, ma attraverso di essa. Una disperazione senza nome che si fa sorgente di visioni, fenditura luminosa da cui continua a sgorgare la nostra esperienza poietica.


