Verso il decennale Laterale.
«L’occhio è un mezzo che si inventa i suoi fini».
Merleau-Ponty
Laterale fonda la sua pratica culturale sugli stessi presupposti dell’alchimista: unendo la fisica alla metafisica, ciò che è visibile e ciò che è invisibile, distilla, mescola, accosta, fa della curatela un gesto estetico.
Non si tratta di misurarsi con le opere – quest’anno più di 600 da 60 paesi – per pareggiare un debito sempre presente nei dibattiti tra critico e artista, ma di consolidare una formula per cui il curatore si fa compagno dell’opera e costruisce nuove modalità di apertura. Fare di ogni film un esploso che invade lo spazio del precedente e del successivo in una programmazione che cerca nel cinema laterale un momento di incontro. Insomma, la curatela come forza creatrice e non solo organizzativa, che serve e si serve dei film per creare condizioni inedite di riflessione sul mondo.
Laterale non è solo fatto di film ma dai film, esiste a partire da essi, si ricostruisce su di essi, afferma cioè che i film parlano ad amici e amanti non ancora incontrati e che la loro vicinanza programmatica ha più del naturale che dell’artificiale. La sfida è stare in un interstizio, quello in cui le opere sono sia un fine sia un mezzo. Come si tiene insieme tutto questo? Prima della visione si scompare come creatori, poi ci si sveglia coi film davanti. Curatori prima dei film, autori dopo i film.
Laterale esiste in questo rapporto non detto tra il creatore dell’opera e il creatore del programma. Cerchiamo di soverchiarti, autore? Di sostituirci a te? Certo che no. Cerchiamo solo di concretizzare una molteplicità, di farci crocevia di possibilità inattese.
Il film, con le sue trame, si scontra con i corpi e le trame di chi osserva. Questo lascia tracce, partorisce costellazioni dall’urto col quale gli spettatori e i film si annullano a vicenda. Il pubblico Laterale raccoglie l’orfano celeste, frutto di quella collisione. Il compito del curatore non è dar casa all’orfano o ricomporre una frattura; bensì quello di darle colore e di ripercorrerne le crepe. All’urto delle trame cosa segue? Un disegno che ha al contempo del fisiologico e dell’imprevisto, del complicato e del complottato. Tutti, sui propri resti di spettatori, contribuiscono a costruire, come curatori, come navigatori, cortografie cinematografiche di cosa si era prima della visione. Mapparsi coi film degli altri.
Rifiutare, in pratica, le formule curatoriali preconcette. Da dieci anni Laterale è un festival retrospettivo – ché il paracadute si apre dopo il salto, non prima, e ad aprirlo è chi ha già deciso di saltare. Ciò che mantiene vibrante questo festival è il rifiuto categorico e sistematico di costruire a terra. Esistere solo per ponti, funi, soglie, passerelle e carrucole. Passati i tre giorni e tornati a navigare, l’augurio è di scambiarsi lettere, dirsi dove si è finiti, cosa si è trovato, chi si è incontrato. In fuga dalla trama si abbraccia l’imprevisto e si fanno storie dal vuoto, con buona pace di tutto un orizzonte contemporaneo che non accetta l’idea che le storie si possano fare anche in quegli spazi minimi che separano un occhio attento da un film inaspettato.
Laterale è sempre stato un festival non competitivo. Vale a dire che non c’è giuria, non c’è concorso, non ci sono vincitori (e, vien da sé, non ci sono sconfitti). La non-competitività di Laterale ha a che fare coll’intorno. Fuori anche dalle logiche di mercato festivaliere, Laterale cerca di costruire la sua comunità restando fedelmente attaccato ai film – l’imperativo è essere compagni di viaggio dei film. Il contrario dell’elitarismo di chi, coi suoi meccanismi predatori, preferisce isolarsi nei propri rapporti confidenziali e prefabbricati e fare gruppo attorno ai film. Recintandosi li recintano.
Come fare comunità attorno ai film senza trama? Ma che cos’è, allora, la trama? Non solo il bullone che va nella vite e la vite nel foro, con una funzione logico-razionale, ma anche ciò che trasforma la vite in un albero, il bullone in una chioma, il foro in un sole cavo. È in questo scarto, in questa relazione latente tra funzione e trasfigurazione, che si apre uno spazio per chi vorrà farsi testimone. Ed è proprio contro il tramare dello sceneggiatore, che si affanna nel voler dire qualcosa, che il film laterale trama a sua volta un ribaltamento: un tramare-tremare che fa di ogni immagine un innesto per un nuovo film. In ciascun frame è contenuto un mondo.
Corpi in fuga dalla trama, dunque. Ma per approdare dove? Questa la domanda rivolta al pubblico. Quali fini si inventa l’occhio pur di guardare? Cosa complotta lo spettatore contro le tre serate di visioni? Che storia nasce al decimo compleanno di Laterale?
Fuggiamo, amici.
Iniziare senza fine per poi finire al prologo: dolce inversione della trama. In omaggio al magiaro che più di tutti ha rappresentato il cinema della dignità umana. Bianco e nero come queste pagine, fuori dal tempo, o dentro il tempo più lungo che si possa immaginare, da quello delle «mani negative» nelle grotte paleolitiche (le stelle guardano da tempi lontani, dopotutto) a quello della strada che continua ad libitum, finché il cineocchio ha sentimento di camminare.
Occhio che trama e trova trama ovunque; che sia nel più canonico genere cinematografico (l’horror, ad esempio), nel corpo che fugge e si fa avatar videoludico, nel decoupage animato, o solo in una nuova vita in fuga dal grembo materno.
Film-tracce quelli di Laterale 10; tracce lasciate indietro e tracce senza fine, tracce di incidenti e sentieri non tracciati. Glitch visuali e datamoshing concettuali (rompere la narrativa dei dati) non sono altro che ennesime modalità di causare emorragie. La vera trama è forse andare da qualche parte, e la delizia di fuggirne è garante di un festival che nasce e muore ogni anno, traccia negativa (si può solo ribadire «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo») di un gesto che sacrifica il suo corpo per formare la silhouette colorata di un intorno.


